25 motivi per andare al Cinema (la mia wishlist 2012/13)

4:44 LAST DAY ON EARTH
E’ uscito in primavera negli USA ma ancora non sì è visto qui; l’Apocalisse secondo Abel Ferrara. Con Willem Dafoe.

DARK HORSE
Un altro inedito da noi, dal sempre durissimo Todd Solondz.

TWIXT
Francis Ford Coppola torna all’horror; uscito nel 2011, altro film fantasma.

ROOM 237
A trent’anni dalla release di Shining, il documentarista Rodney Ascher esplora le tante teorie misteriose che sono state sviluppate sul film: dalle supposizioni che si tratti di un film dedicato all’Olocausto o al genocidio degli Indiani d’America, oppure che nasconda una sconcertante confessione da parte di Kubrick. Per me sarà una sorta di Santo Graal.

PROMETHEUS
Dopo tanti buchi nell’acqua, Ridley Scott prova a tornare agli albori affidando l’ispirazione alla più antica delle sue pietre miliari: Alien.
Con la “best new thing”, Michael Fassbender.

ON THE ROAD
Kerouac. Finalmente.

THE MASTER
Negli anni ’50 un carismatico intellettuale fonda un nuovo culto religioso ponendosene a capo e intreccia una relazione morbosa con un giovane adepto.
Torna Paul Thomas Anderson, dopo l’exploit de Il Petroliere, capolavoro assoluto e uno dei tre migliori film degli ultimi 15 anni.
E torna anche il folgorante Joaquin Phoenix, dopo un lustro passato fuori dai riflettori.
Per quanto mi riguarda, il film più atteso di tutta la nuova Stagione.

LOW LIFE
James Gray, uno degli ultimi romantici, torna con il fido Phoenix (vedi sopra): cinema americano solido come la roccia.

REALITY
Il miglior regista europeo in circolazione (a mio parere) prova a fare poker dopo la meravigliosa tripletta iniziale che l’ha consacrato tale.
Cannes lo ha già premiato, quindi sostanzialmente le carte sono già sul tavolo.
Go Garrone Go!

IL CAVALIERE OSCURO – IL RITORNO
Ultimo atto per il Batman di Nolan e Bane, per molti il miglior Batman che si sia mai visto.

AMOUR
La Palma d’Oro 2012 (bis per Michael Haneke), quindi sostanzialmente un film obbligatorio.
L’amore oltre i limiti del tempo.

RIBELLE – THE BRAVE

Nella mia wishlist solo per il fatto di essere Pixar (anche se qui è più Disney che altro).
Per il resto, temo il primo flop di una lunga sequela di opere mastodontiche.

THE IMPOSSIBLE
Non sarebbe una degna Stagione Cinematografica senza un bel film catastrofico!
Stavolta si parla del devastante tsunami del 2004 che seppellì mezzo sud-est asiatico.

GANGSTER SQUAD
Un noir vecchi tempi con un bel cast (Broli, Gosling, Penn) e che “resuscita” il fulgore dei grandi classici dei ’40 americani.

COGAN
Ritorna la coppia (Dominik-Pitt) che tanto mi esaltò ai tempi del mirabolante L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, il western migliore degli ultimi tre lustri.
Stavolta c’è un gangster movie di mezzo; speriamo bene.

LE BELVE

Don Winslow è il mio scrittore preferito degli ultimi anni; arriva al cinema con questo “Savages”, che è già profondamente cinematografico sulle pagine.
Dirige Oliver Stone, e questo mi preoccupa molto… ma incrociamo le dita…

THE GRANDMASTERS
Wong Kar-Wai (In the mood for love, 2046) cerca di riabilitare il suo ultimo decadente periodo con questo biopic su Bruce Lee. Molto atteso.

DJANGO UNCHAINED
Quentin Tarantino.

WORLD WAR Z
Un altro disaster movie: stavolta con un’invasione di zombi. Garantisce Brad Pitt.

LO HOBBIT

Solo chi non è vissuto sul pianeta Terra negli anni 2000 può ignorare il fenomeno Peter Jackson, e quello che è riuscito a fare con la trilogia tolkeniana (3 miliardi di dollari di incassi e 17 Oscar).
A distanza di qualche tempo ecco arrivare la lungamente attesa nuova trilogia; hype iniziato verso la fine degli anni cinquanta.

TO THE WONDER
Il nuovo film della leggenda Terrence Malick, dopo il controverso Tree of life; stavolta apparentemente sceglie di volare basso e raccontare una “semplice” storia d’amore.

PIETA’
Il prolifico Kim Ki-duk alle prese con un dramma esistenziale nel tentativo di ritornare agli antichi (perduti?) fasti.

ARGO
Un thriller politico (la crisi diplomatica tra USA e Iran del 1979) alla maniera dei grandi classici della controcultura americana degli anni settanta per la terza regia del bravissimo Ben Affleck (anche attore con Malick, quest’anno).

ONLY GOD FORGIVES
Una delle due coppie-rivelazioni del 2011-12 (Refn/Gosling. L’altra è McQueen/Fassbender) torna con un revenge movie che si preannuncia violento e crudo come il precedente Drive.

LINCOLN
Steven Spielberg che dirige il più grande attore vivente, Daniel Day-Lewis.
Sulla carta, uno dei Capolavori dei mesi a venire.

Stagione cinematografica 2011/12 [1-10]

Come spesso accade nelle tristi distribuzioni italiane, vengono ripescati dei film solamente quando si crea un certo hype dovuto alla ribalta di un attore o di una tematica, nonostante il film magari sia stato anche premiato (Camèra d’Or, in questo caso).
Ad ogni modo, per un motivo o per un altro (in questo caso è il boom-Fassbender, l’attore che assieme a Ryan Gosling [ma l’irlandese è decisamente più capace] ha monopolizzato gli schermi cinematografici di questa Stagione), l’importante è che questo splendido gioiello sia arrivato anche da noi.
Meglio tardi che mai, soprattutto quando c’è da assistere (e commuoversi, e capire anche il valore di determinati ideali) ad un elogio così alto del Cinema; film estremo, rigoroso, violento, estenuante nel non risparmiare assolutamente nulla.
La storia è quella degli ultimi giorni di vita di Bobby Sands, prima della morte indotta dallo sciopero della fame (da qui ovviamente il titolo) che lui e gli altri prigionieri politici dell’I.R.A. misero in pratica al Maze dell’Irlanda del Nord nel 1981.
La ferocia (mai autoindulgente) con la quale McQueen viviseziona le condizioni di “vita” dei carcerati, e la straziante performance di Fassbender (realmente una delle più belle ed emozionanti viste da almeno dieci anni a questa parte, se non di più) sono l’anima di questo piccolo Capolavoro; il resto è lasciato ai silenzi (emblematica la scena clou, centrale, tra Sands e il prete), ai vuoti di spazi incolmabili, alla rabbia repressa, all’orgoglio degli occhi dell’eroe.
Film mastodontico (ed è un esordio), che unisce politica e religione come mai si era visto, e che restituisce senso e dignità a chi sa che cosa significa la parola “lotta”.
Grandi, infiniti applausi, e posizione numero uno.

Ho visto DRIVE a fine settembre 2011, quindi a Stagione appena iniziata.
E’ stato una sorta di colpo di fulmine, e se non fosse stato per il ripescaggio a sorpresa (fuori corso) di HUNGER, non avrebbe avuto problemi a mantenere la leadership che aveva guadagnato in quella folgorante visione.
Il film che ha definitivamente lanciato Ryan Gosling nell’Olimpo, e fatto conoscere ai più un regista originale ed interessante (Refn) che dopo gli ottimi PUSHER, VALHALLA RISING e BRONSON si candida ad un posto di rilievo nel Cinema che verrà.
Nonostante un plot assolutamente risibile e convenzionale, sono molteplici i meriti di questa pellicola (premiata a Cannes); molteplici e potenti al punto di far passare in secondo piano la banalità di un soggetto dal quale ben poco si poteva cavare.
Chiaramente la messa in scena, folgorante e meravigliosa; una regia che non si vedeva davvero da tempo in un action movie (quale è), capace di giocare in maniera sopraffina e virtuosa con i ritmi; spezzare, accelerare, fermarsi.
La memorabile scena in ascensore (di palese origine sudcoreana – leggi Park) ne è l’esempio più illuminante; ma anche il finale non è da meno, così come l’indolenza e la rabbia trattenuta del brillante Gosling.
Un film che riesce a riscrivere alcuni canoni di genere ma che soprattutto insegna che si può ancora fare una regia innovativa, potente, attuale (postmodernista hanno detto, a Cannes) e classica allo stesso tempo. Filmone, no way.

Ancora McQueen/Fassbender, dunque.
L’accoppiata del momento, e vedendo SHAME (e HUNGER) è facile presagire che i due ci regaleranno ancora altre gemme in futuro.
Film (modernissimo) angosciante, grigio, morboso, alienante.
Il racconto di un’ossessione, di una prigionia mentale (in rapporto simbiotico col precedente film del regista londinese) e di una deriva di depravazione (i mille volti della “vergogna”) attraverso la fisicità sovraesposta eppure glaciale del formidabile Michael Fassbender.
E’ lui (coadiuvato però anche dalla come sempre impeccabile Carey Mulligan) che si carica letteralmente addosso il peso di ogni singola devastante sequenza;  film brutale e senza sentimento (ed è proprio lì che il contraltare della Mulligan esplode) che riesce però ad insinuarsi nelle pieghe più recondite della psiche.
Bellissimo e doloroso.

Questa sorpresa di fine Stagione è arrivata all’improvviso e con una forza deflagrante ha in un lampo scalzato quasi tutte le posizioni per collocarsi subito al di sotto del podio; prodotto underground inglese retto da una Tilda Swinton in grandissimo spolvero, è il racconto “alla Van Sant” del tormentatissimo (a dir poco) rapporto di una madre col suo figlio (palesemente disturbato già dalla nascita), e del crescendo drammatico dello stesso fino ad un terrificante climax (che però in realtà viene svelato subito poichè la giovane Ramsay sceglie la strada della narrazione a flashback “invertiti”).
Molto apprezzato nei festival, ha anche la grande caratteristica di far passare momenti molto crudi attraverso un velo di malsana leggerezza; questo aiuta a desensibilizzare per arrivare poi a colpire in maniera più dura e spietata.

Da sempre nutro un profondo sentimento antinazionalista; viene con se, dunque, che l’indignazione (furiosa, sofferta, amara) provata durante la visione di questa vera e propria bomba mi abbia letteralmente squassato, al punto di sconfinare in un autentico struggimento che sottolinea la potente forza espressiva di questo impietoso (ma totalmente veritiero) ritratto della Nazione che – ahimè – ci ha dato i natali.
DIAZ è la cronaca “dall’interno” delle furiose giornate del G8 di Genova; quello della morte di Giuliani ma soprattutto (per molti aspetti) delle violenze perpetrate dalla polizia italiana nella scuola che ospitava i manifestanti e i giornalisti e successivamente nella caserma militare di Bolzaneto.
Un film importante che non ha mancato di far discutere; un documento da far studiare ai ragazzi delle scuole medie; un manuale per organizzare una rivoluzione.

In molti hanno interpretato la parentesi gangster (A HISTORY OF VIOLENCE/EASTERN PROMISES) e il fiacco A DANGEROUS METHOD come una sorta di “vacanza” che Cronenberg si è preso dalla sua personalissima visione del Cinema, e guardando all’opera omnia del maestro canadese, è una considerazione (che condivido) non del tutto errata, anzi.
Ebbene a questa stregua COSMOPOLIS riprende il discorso interrotto con il folgorante SPIDER (2002) e va avanti attualizzando le visioni postmoderniste a allucinatorie che avevano contraddistinto il suo Capolavoro massimo VIDEODROME e gli altrettanto fondamentali CRASH e INSEPARABILI.
Pattinson è un’autentica sorpresa ed è bravissimo nel portare allo zero le emozioni; la scrittura (viene da De Lillo ma è meglio di De Lillo) è spiazzante e densa di sottotesti.
Un film (con un finale assolutamente memorabile) da vedere più volte per coglierne le molte sfumature.
Bentornato David.

Il commovente neorealismo mediterraneo di TERRAFERMA è una roba che ti spalanca il cuore e ti fa sentire il mare nelle vene: Emanuele Crialese conferma le sue doti e il suo talento chiudendo questa ideale “trilogia d’acqua” (gli altri due sono stati RESPIRO e NUOVOMONDO) e muovendo i suoi personaggi sulle ruvide asperità di Linosa (un novello Weir?) in un emozionante ritratto rurale che parte da Verga e arriva a Visconti.
Si fa ancora più interessante adesso l’attesa per il suo Cinema che verrà, ma le carte in mano le ha tutte.

L’acida irriverenza di CARNAGE è una black comedy travestita da piece teatrale; dimostra l’ovvio, ma lo fa con una messa in scena irresistibile (e un quartetto d’attori superlativo, nel quale emerge l’eccellente Kate Winslet ma insomma, gli altri non sono da meno).
Delizioso piccolo film “da camera” riesce ad essere semplicemente perfetto sfidando tutte le possibili convenzioni cinematografiche ed è un’autentica lezione di sceneggiatura.
Ennesimo grande film di un regista imprescindibile.

Massacrato in patria, RESTLESS è in realtà un classico Van Sant, sospeso tra sentimento (tanto) e sensibile sguardo sui turbamenti di gioventù (una materia nella quale è inarrivabile).
Passano gli anni ma l’eclettico regista americano non perde la sua lucidità d’analisi e soprattutto i suoi intensi slanci passionali (l’ultimo dei romantici, in un certo senso).
Le pecche sono purtroppo sempre le stesse (una certa approssimazione nella scrittura e nella tecnica nuda e pura), ma gli si perdona davvero tutto, soprattutto se continua (come in questo caso) a suscitare sincera commozione.
Splendida colonna sonora.

Il controverso e disturbante/disturbato Lars Von Trier torna dopo la violentissima catarsi misogina di ANTICHRIST con un’opera ancor più estrema e immaginifica.
L’Apocalisse attraverso lo sguardo “infinito” di Kirsten Dunst (bellissima, bravissima, una dea. Premio a Cannes per lei) e decine di suggestioni colte ed affascinanti.
Non ho mai nascosto il mio radicale astio per il regista danese (salvo rarissime eccezioni) e anche stavolta, in realtà, la mia reazione “a caldo” non fu delle più entusiaste.
Ma a distanza di mesi mi trovo costretto a rivedere la mia posizione: MELANCHOLIA è un bel film, forse bellissimo… forse destinato a scavare davvero un solco.
Suddiviso in due atti tranciati di netto tra loro, è un’epopea catastrofica che trova in alcune chiavi allegoriche una forza dirompente; peccato per il secondo tempo, un pò troppo tirato per le lunghe, ma la prima parte è un affresco corale degno dei migliori Bunuel e Visconti (in salsa velenosa), con una inesorabile tensione sotto pelle che non ne vuole sapere di esplodere.
Fotografia magnifica, ma non è una novità nel cinema di Von Trier.

Stagione cinematografica 2011/12 [11-20]

L’iconoclasta Kevin Smith aggiunge una nuova freccia al suo arco con questo “proto-horror” destabilizzante e aggressivo; girato come un videoclip e tirato sopra le righe senza nessuna forma di “clemenza” nei confronti dello spettatore.
Personaggi invasati e montaggio spietato al fulmicotone, RED STATE è un perfetto identikit della provincia americana di questo inizio millennio; un film davvero rock n roll, irresistibile e fottutamente divertente.

L’ennesimo gioiellino targato Sundance è un film cupo ed apocalittico, specchio del suo tempo e radicale (almeno fino al discutibile finale).
Michael Shannon, dopo anni di caratterizzazioni minori, ha finalmente la possibilità di “mostrare la mercanzia”… e ce n’è, eccome se ce n’è!
Aperto a molteplici chiavi di lettura che vanno anche al di là di un primo livello di interpretazione della storia (fino a che punto la paranoia può influenzare la realtà e viceversa? il dubbio del tornado è un presagio legato ad una allegoria?), TAKE SHELTER è un film semplice quanto potente.
Difficile da recuperare, ma ne vale la pena.

Arriva con un esagerato ritardo da noi questa brillante commedia “working class” profondamente british che più british non si può.
Spumeggiante ed irresistibile (merito soprattutto del vulcanico Thomas Turgoose), ma anche dolorosa (la guerra delle Falkland tra le righe), è una bella sorpresa arrivata da noi fuori tempo massimo (nonostante una bella presentazione al Festival di Roma del 2006) ma non per questo privata del suo slancio vitale.
Da recuperare.

Leone d’Oro a Venezia, l’ennesima gemma di un cineasta tanto ostico quanto fondamentale.
La nuova rivisitazione del mito del Faust si muove concettualmente sugli schematismi classici della tradizione, ma assume il suo grande punto di forza in una rappresentazione visiva senza precedenti (a partire dal formato quadrato della fotografia fino ad arrivare alle inquadrature distorte) che ne fa un’esperienza assolutamente unica e per molti aspetti indimenticabile.
Opera estremamente complessa e colta, Cinema elitario e “alto” (la scena iniziale è già una dichiarazione d’intenti), FAUST è un film non per tutti, ma si porta dietro un fascino perverso e oscuro che rimane attaccato alle ossa.

LIKE CRAZY si presenta come l’ennesimo film che parla di una questione vecchia quanto la storia della civiltà umana, o quasi: può un grande amore resistere alle difficoltà della lontananza? E, se sì, fino a che punto e per quanto tempo?
Interrogativi triti e ritriti dunque, ma i meriti di questo film (Gran premio della giuria al Sundance) sono molteplici e dimostrano per l’ennesima volta quanto sia irrilevante a volte il punto di partenza nel raccontare una storia.
Emozionante, coinvolgente, raffinato: un delizioso balletto in punta di piedi con un finale che rimane.

In un certo senso speculare a LIKE CRAZY, questo recupero di magazzino (l’effetto boomerang dell’asso pigliatutto Ryan Gosling) colpisce e affonda: tutte le storie d’amore hanno una data di scadenza applicata sulla confezione.
Questo è quello che dice Derek Cianfrance attraverso la disillusione e la deriva di una sempre più brava Michelle Williams ed il ritmo spezzato di flashback impilati uno sull’altro in maniera impietosa.
Profondamente realistico e, proprio per questo, brutale.

La nostalgica operazione-revival del mito del Cinema muto è un ruffiano e furbissimo omaggio (il film è francese) alla Mecca della West Coast americana; tutto molto prevedibile e scontato eppure (nonostante una esageratissima sopravvalutazione – vedi la scandalosa premiazione alla Notte degli Oscar) THE ARTIST reca seco una magia impossibile da ignorare.
Resterà chiaramente un episodio isolato (ed il suo fascino è anche questo) ma è un bene che ci sia stato.

I rischi nel fare un film che parla di crisi economica nel momento di maggior crisi economica del nostro Paese erano molteplici e così alti da rendere l’impresa già quasi “fallita” in partenza; ed invece l’intelligenza di Giuliano Montaldo sta nell’idea di evitare retorica e luoghi comuni e sfruttare invece il racconto del crack matrimoniale dei due protagonisti come “pedana” sulla quale poggiare il flusso principale… fino ad arrivare ad una completa fusione delle due storyline (con un finale che da solo vale il prezzo del biglietto).
Una scelta azzeccatissima che riesce a tenere il film sempre in tensione; inoltre Favino e Crescentini ci mettono il loro mestiere e il gioco è fatto.

L’infaticabile Clint Eastwood (che nonostante l’età è stato uno dei pochissimi registi-chiave dello scorso decennio) va avanti nel suo Grande Racconto Americano passando stavolta attraverso gli occhi di uno che – nel bene e nel male – la Storia l’ha fatta davvero: lo storico direttore dell’FBI J. Edgar Hoover.
Materia complessa e quasi impossibile da dipanare (è uno dei difetti del film; indulgenza, superficialità, equilibri non sempre costanti) e al tempo stesso affascinante quanto una storia di fiction (e non lo è).
Di Caprio è come sempre all’altezza del suo ruolo,  e l’impianto tecnico è ineccepibile; difficile, se non impossibile, fare di meglio alla veneranda età di 82 anni e con almeno tre Capolavori alle spalle. Stay hard, stay alive, Clint.

Cronenberg che fa un film su Jung e Freud: sulla carta lo spunto più interessante degli ultimi anni; eppure questo attesissimo melò ha deluso un pò tutti (da quelli che si aspettavano un ritorno alle radici filosofiche del genio canadese a quelli che auspicavano un fiammeggiante dramma passionale) rimanendo sugli scudi di una narrazione elegante eppure troppo distaccata, raffinata ma algida.
Come viaggiare col freno a mano tirato.
Gli attori si difendono egregiamente (a parte la performance sopra le righe di Keira Knightley) ed anche la ricostruzione d’epoca è curata con stile, ma rimane tutto sommato un’opera prescindibile nel complesso percorso artistico di David Cronenberg.

Stagione cinematografica 2011/12 [Fuori classifica]

50 e 50 (Jonathan Levine, 2011)
In America va di moda raccontare storie sardoniche su malati di cancro, ma c’è riuscito solo Vince Gilligan, finora.
50 e 50 non si discosta dalla media e anzi, la presenza del “most sfigato ever” Joseph Gordon-Levitt non agevola le sorti di questo inconsistente filmetto da pomeriggio estivo (ma anche no).

AMICI DI LETTO (Will Gluck, 2011)
Il mio archivio mi dice chiaramente che io ho visto questo film nei primi mesi del 2012, ma onestamente trovo difficoltà a credergli.

ANONYMOUS (Roland Emmerich, 2011)
Dopo anni di catastrofismi in ogni salsa, il frustrato (ma milionario) Roland Emmerich prova a cambiare rotta cercando di dimostrare che può fare anche altro.
Ok, adesso basta però, facciamo finta di niente e ridacci i tuoi rassicuranti maremoti.

ANOTHER EARTH (Mike Cahill, 2011)
Il giovane Mike Cahill mette in scena un ritratto speculare (nello stesso anno di uscita) a quello di MELANCHOLIA di Von Trier: il nostro pianeta ne incontra un altro, in tutto e per tutto simile. Seguono speculazioni e digressioni concettuali sul senso del doppio.
Le intenzioni sono buone, gli slanci filosofici anche… ma sembra più un test d’esame alla UCLA che un film compiuto. Ad ogni modo un esordio tutto sommato da non sottovalutare.

CONTAGION (Steven Soderbergh, 2011)
CONTAGION è stracolmo di bravi attori, parte come un episodio di Fringe, e si evolve con un rigore scientifico degno del miglior Piero Angela. Peccato che l’ultima mezzora sembri scritta da un quindicenne brufoloso sui banchi di un istituto biologico.
Da molto tempo a questa parte Steven Soderbergh continua a promettere che appenderà la cinepresa al chiodo una volta raggiunti i 50 anni; mi auguro che sia uno che mantiene le promesse, perché il giorno è fortunatamente quasi arrivato.

CRAZY, STUPID, LOVE (Glen Ficarra/John Requa, 2011)
La straripante presenza di Ryan Gosling sugli schermi cinematografici ha raggiunto in questa Stagione una oggettiva saturazione; dei 5 film che lo hanno visto protagonista questo è indubbiamente il minore, commediola senza verve e slanci memorabili che si siede su una sfilza di stanchi luoghi comuni.
[Inizio parentesi autocelebrativa] Un film che ha come unico obiettivo quello di aumentare la portata di lancio di questo discreto attore sul quale fui pronto a scommettere già diversi anni fa, quando le luci della ribalta erano ancora lontane a venire.
[Fine parentesi autocelebrativa]

GEORGE HARRISON: LIVING IN THE MATERIAL WORLD (Martin Scorsese, 2011)
Martin Scorsese (ilpiùgranderegistavivente per gli amici) non è nuovo a documentari musicali, girati sempre con passione e grande trasporto emotivo.
In un certo senso non stupisce la scelta trasversale di scegliere il componente mistico e spirituale dei Fab Four per puntare il suo occhio di bue su una vicenda artistica (ed umana, nello specifico) che ha cambiato le carte geografiche della cultura del Novecento.
Il lunghissimo (quasi quattro ore) ritratto che ne viene fuori è una sorta di opus magnum imprescindibile per capire le dinamiche evolutive della musica popolare del secolo appena passato e riesce anche a trasmettere col giusto calore l’affetto sincero del cineasta per un musicista fondamentale anche se tutto sommato sottovalutato.

HYSTERIA (Tanya Wexler, 2011)
Questo film racconta l’invenzione del vibratore.

L’AMORE ALL’IMPROVVISO – LARRY CROWNE (Tom Hanks, 2011)
Le due più grandi star hollywoodiane degli anni 90 insieme per una delicata (pure troppo) commedia romantica a metà tra Capra e Nora Ephron (!).
Al suo secondo film da regista, Tom Hanks fa un buco nell’acqua: tiepido, stanco, senza appeal, vecchio sin dai titoli di testa.

LA PELLE CHE ABITO (Pedro Almodòvar, 2011)
Va più o meno tutto bene in questo nuovo Almodòvar finchè non appare un uomo vestito da tigre; da quel momento in poi diventa davvero complicato continuare ad essere attenti a quello che si vede.
Tuttavia Pedro 100%: prendere o lasciare.

LE IDI DI MARZO (George Clooney, 2011)
Ho sempre palesato la mia simpatia e – perchè no – la mia stima per George Clooney.
Una stella nata tale ma che ha avuto l’arguzia di mantenersi brillante grazie ad eccellenti doti professionali e ad un’intelligenza fuori dal comune.
Questo nuovo pamphlet “politico” è il suo quarto tentativo dietro la macchina da presa, ed è sommariamente riuscito, anche se pò meno dell’impeccabile uno-due d’esordio. Pecca forse in fluidità narrativa e in qualche schematismo didascalico che arriva ad appesantirlo più del necessario. Ad ogni modo, sempre massimo rispetto per George.

MIDNIGHT IN PARIS (Woody Allen, 2011)
MIDNIGHT IN PARIS rappresenta il mio ultimo Allen al cinema; non credo che avrò ancora voglia di sostenere a priori un Cineasta che (a parte gli exploit di MATCH POINT e BASTA CHE FUNZIONI) gira a vuoto da vent’anni; eppure c’ho provato. E continuo a dire che è un maestro, che è intoccabile, che va bene che sia così prolifico, che non fa niente che dopo aver raccontato NY come (quasi) nessuno mai si sia messo a fare il Touring Club di tutte le città europee più importanti…
Va bene tutto. Però basta così, è finita caro Woody.

MILLENNIUM – UOMINI CHE ODIANO LE DONNE (David Fincher, 2011)
L’eclettico (e straordinariamente bravo) David Fincher torna un anno dopo il miracoloso THE SOCIAL NETWORK (film numero uno del mio Classificone 2010/11) e lo fa immergendosi/ci nelle fantasmatiche bianche distese del nord europa per girare a modo suo il primo dei capitoli di una delle saghe letterarie di maggior successo degli ultimi anni.
Belle atmosfere, tecnica registica come sempre di altissima caratura, buona fluidità narrativa nonostante la durata (equilibrio sempre a rischio in Fincher).
Ma zero emozioni. E in questo film servivano, eccome se servivano.

MONEYBALL – L’ARTE DI VINCERE (Benett Miller, 2011)
Se amate il baseball, vedete MONEYBALL.
In caso contrario, non credo vi manchino idee per occupare due ore della vostra vita.

ONE DAY (Lone Scherfig, 2011)
ONE DAY è una blanda commedia romantica che vorrebbe descrivere il contrappunto tra lo scorrere degli anni e l’evoluzione/involuzione di una storia d’amore, ma è solo un tedioso e sterile esercizio di stile (e peccato per Anne Hathaway).
Ci si aspettava di più dalla Scherfig, dopo il precedente AN EDUCATION.

PARADISO AMARO (Alexander Payne, 2011)
Sono un estimatore della prima ora di Alexander Payne; mi ricordo ancora i brividi all’uscita della sala per ELECTION e, pochi anni dopo, per A PROPOSITO DI SCHMIDT.
Poi giunse SIDEWAYS e fu amore vero: uno dei film culto della mia vita, no way.
Ed è proprio da quella gemma (risalente ormai a 7 anni fa) che aspettavo il suo ritorno.
Poi, come se non bastasse, ecco i primi feedback americani ad aumentare il fomento (“il miglior Clooney di sempre!” – “sceneggiatura straziante” – “il nuovo Billy Wilder!”).
Mai avere aspettative. Mai.

SUPER 8 (J.J. Abrams, 2011)
Il revival nostalgico di SUPER 8 è una questione di background, e il test definitivo per capire se nel tuo DNA c’è Steven Spielberg.
Se la risposta è “sì”, vai a comprare il dvd di INCONTRI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO e dimentica questa roba qui.

THE FUTURE (Miranda July, 2011)
Strambo e visionario racconto “art” di una coppia alle prese con una sorta di crisi d’identità; molto Gondry e poca sostanza. Si inizia a dimenticare già quando partono i titoli di coda.

THIS MUST BE THE PLACE (Paolo Sorrentino, 2011)
Sorrentino è uno dei più talentuosi registi europei in circolazione (non bravo come Garrone ovviamente, ma con ampi margini di miglioramento) e, come purtroppo spesso accade a coloro baciati in fronte dal talento, è soggetto ad incontrollabili tentazioni; nel suo caso, mostrare le sue eccellenti doti tecniche sacrificando tutto il resto: la storia.
THIS MUST BE THE PLACE è stata la sua Grande Occasione; quella di esportare il suo cinema negli States, lavorare con Sean Penn, puntare su una produzione “grossa” e una distribuzione mainstream. E l’ha sprecata.
Rimane solo un confuso e presuntuoso delirio con inutili derive Lynchiane e imbarazzanti interpretazioni. Tutto da rifare.

YOUNG ADULT (Jason Reitman, 2011)
Non deludono solo Fincher, Allen e Sorrentino ma anche uno che aveva inanellato un trittico meraviglioso di irresistibili commedie: Jason Reitman.
Assoldata nuovamente Diablo Cody (JUNO) e scritturata la “dea in terra” Charlize Theron, prova a completare un poker costruendo un racconto al vetriolo di una “sfida” sentimentale malata e visionaria; molte buone intenzioni ma pochissimo da raccogliere, alla fine dei giochi.
Provaci ancora Jason!

Stagione cinematografica 2011/12 [Introduzione]

Settimo anno di blog e, seppure con una formula estremamente rimaneggiata rispetto alle prime edizioni, anche stavolta ci siamo: la stagione cinematografica 2011/2012 si è conclusa e come gli anni passati (nei post che trovate incolonnati a destra sotto le rispettive voci) è ora di tirare le somme.

Questo blog ormai esiste solo per il mantenimento della ragione sociale e per una revisione nostalgica dei tempi che furono, ma un paio di volte l’anno si ricorda di “quello che era”… dunque, “classificone time”!

Le modalità di pubblicazione saranno differenti dai “vecchi tempi”: solo tre post stavolta.
Uno per indicare i film fuori classifica, un altro per il blocco delle posizioni 11-20, ed un terzo per la top10.

Per chiudere, una piccola nota didascalica per ridefinire invece (per chi non mi conoscesse personalmente) il parametro temporale che ho sempre utilizzato per fare questa graduatoria: i film presi in considerazione sono tutti quelli distribuiti in Italia dal 1° agosto 2011 al 1° luglio 2012, quella che viene comunemente intesa come “Stagione Cinematografica”.
Non ho mai fatto riferimento all’anno di produzione (sebbene li troverete indicati) ma alla distribuzione italiana, per un semplice motivo: a parte rari casi, i ritardi nei lanci delle pellicole negli altri paesi che non siano quello di provenienza, fanno sì che da noi quasi tutti i film targati 2011 (nel caso in questione) arrivino nella prima metà del 2012 rendendo difatti impossibile stilare una classifica di fine anno solare.

E’ stata una Stagione un pò atipica, difficile da inquadrare e, per quanto mi riguarda, abbastanza al di sotto delle aspettative; molte delusioni e nessun particolare colpo di fulmine (se non per la nuova coppia d’oro McQueen-Fassbender).

E con questo mi pare tutto, si parte al massimo tra 2-3 giorni: stay tuned!

countryfeedback è un blog a impatto zero

Da oggi posso finalmente urlare al mondo che il mio blog è a impatto zero!

Partecipando alla lodevole iniziativa ambientalista promossa da DoveConviene.it, il sito che aggrega tutti i volantini promozionali e li rende consultabili online, ho permesso ad un nuovo albero di vedere la luce in una zona boschiva a rischio di desertificazione.

L’iniziativa è molto semplice: per ogni blog che aderisce al progetto DoveConviene pianta un albero la cui produzione di ossigeno andrà a compensare le emissioni di anidride carbonica prodotte dal mio sito.

Forse non tutti sanno che in media un sito internet si fa carico ogni anno dell’emissione di 3,6 kg di CO2, a fronte di ciò invece un albero è in grado di assorbirne fino a 5 kg all’anno. Il bilancio finale è a favore dell’ossigeno, il mio blog ne guadagna, l’ambiente ne guadagna e con lui tutti noi.

DoveConviene tramite l’attività di distribuzione di volantini in formato elettronico si sta facendo portavoce di una nuova tendenza mirata alla diminuzione dell’utilizzo e spreco di carta per scopi pubblicitari. Tutti i più popolari e diffusi volantini, come quelli di Ikea,
Mercatone Uno,
Mondo Convenienza, sono ora disponibili anche online, consultabili al pc ma anche tramite apposite applicazioni per iPhone, iPad e Android.

I volantini inoltre sono facilmente consultabili, eccone degli esempi:

Mediaworld -> http://www.doveconviene.it/volantino/mediaworld

Euronics -> http://www.doveconviene.it/volantino/euronics

Decathlon -> http://www.doveconviene.it/volantino/decathlon

In 12 mesi di attività sono stati già piantati più di 1.000 alberi, ma l’iniziativa non si ferma qui e per i prossimi mesi la sfida lanciata è ancora più ardua: piantare altri 1000 alberi entro la fine di agosto. Se l’intento riuscirà altri alberi verranno aggiunti al computo totale come premio alla zelanza dei blogger italiani. Perciò partecipiamo tutti numerosi!

Per chi vuole approfondire nel dettaglio sull’iniziativa vi invito a visitare http://www.iplantatree.org/project/7

2011, we all go back to where we belong (?)

Questo blog va avanti col respiratore artificiale ma se ci sono tre cose che lo tengono in vita sono i classificoni cinematografici e musicali di fine anno, e il rituale post che fa da bilancio al 31 dicembre.

Il 2011 è stato un anno complicato, perennemente in bilico tra momenti belli e mood negativi; è stato l’anno di In a safe place e quello dello scioglimento della band della mia vita; l’anno di una ritrovata coscienza civica e di continue analisi di molti rapporti umani.
E di un sacco di altre cose.

Un anno complicato dunque.
Ma migliore degli ultimi due, e questo è un buon segno.

Buon 2012 ad ognuno di voi (a maggior ragione se i Maya ci prenderanno).

Stagione cinematografica 2010/11 [1-10]

thesocialnetwork
Avere il coraggio di fare un film su Facebook nel 2010 è roba da gente grossa.
Da campioni di un'altra categoria.
Da gente come David Fincher (lo ricordiamo? sì, lo ricordiamo: Seven/Fight Club/Zodiac).
Tutto e il contrario di tutto si può dire aprioristicamente sui principi se vogliamo morali di scegliere un plot simile (che genera chiaramente hype a pacchi alla sola idea), ma quando ci si immerge nel ritmo infernale che avvolge le intere due ore di pellicola (dialoghi che in un qualsiasi altro film avrebbero occupato almeno il doppio del tempo) si viene travolti e basta; shakerati in un trip di parole e immagini senza sosta, perfetta rappresentazione metaforica della seconda vita digitale che (quasi) ognuno di noi possiede.
La strabiliante mano registica di Fincher e l'inarrestabile montaggio di Baxter e Wall (premiati giustamente con la statuetta placcata in oro) animano gli schizoidi e geniali percorsi mentali del giovane Zuckerberg (magnifico Jesse Eisenberg), autentico Re Mida dei giorni nostri, negli anni immediatamente precedenti il boom dello strumento mediatico che ha cambiato il mondo.
Tutto procede a una velocità inaudita in questo perfetto congegno a orologeria, e non c'è mai – mai – una caduta di tensione, o anche un solo leggero cedimento strutturale.
Una corsa senza respiro fino alla sequenza finale che fa tirare il fiato e regala al film quel colore che gli mancava per diventare un Capolavoro (cosa che appunto, è).
Imperdibile, da spellarsi le mani.
E trionfatore assoluto, senza alcun dubbio, del mio personale classificone di fine Stagione.
 
nonlasciarmi
Dall'apprezzato omonimo bestseller di Kazuo Ishiguro arriva questo straziante e letteralmente devastante dramma sentimentale (ma la chiave più interessante riguarda l'analisi esistenzialista dei giovani (?) protagonisti del film) che è un pò la vera grande sorpresa di questa Stagione.
Una pellicola sulla quale è criminoso accennare anche solo una riga di trama, ed uno di quei rari casi in cui lasciar fluire il corso naturale delle emozioni fino alla catarsi totale.
Forse la cosa più dilaniante vista negli ultimi anni, arricchita da una abbacinante fotografia di rara bellezza e dalle sentite e commoventi interpretazioni di Carey Mulligan, Andrew Garfield e Keira Knightley.
Soprattutto la Mulligan, una spanna sopra gli altri, si carica addosso tutto il peso dello struggimento e del dolore, arrivando a bucare lo schermo con un intensità che mi viene da prendere il fazzoletto al solo ricordo.
Vorrei parlarne di più e vorrei non parlarne per niente… ma questa è una roba di quelle che non si dimenticano.
 
buried
Un avviso: sono armato fino ai denti per difendere questa posizione, che sarà certamente contestata dai più.
Eppure, lo dico, Cortès ha fatto quello che Hitchcock avrebbe fatto se fosse ancora vivo, sin dai titoli di testa (come non rievocare le geometrie di Saul Bass mentre si sprofonda sette piedi sotto il suolo?).
Ci si interroga spesso sui limiti estetici ed espressivi di una forma d'arte (il Cinema) che ha ormai da tempo soffiato le cento candeline, riflettendo sull'impossibilità di essere realmente innovativi o quantomeno capaci di avventurarsi in schemi coraggiosi e terreni vergini.
Buried risponde con maestria a questi dilemmi riuscendo in una scommessa che in molti davano perduta a priori: mettere in scena un singolo attore in una singola location per 95 minuti.
Impresa che sfiora l'impossibile nel momento in cui si scopre che la location è in realtà una bara di legno, e che le uniche luci del film sono quelle prodotte dal display del telefono cellulare del protagonista, e che pure il commento sonoro è lasciato ai margini estremi della rappresentazione.
Eppure tutto scorre con un dinamismo impressionante, con un sottofondo di humor nero (anche questo di chiara matrice hitchockiana) destabilizzante ed oppressivo, e la macchina da presa che fa letteralmente i miracoli per oltrepassare i confini logistici di un'ambientazione che sulla carta non avrebbe consentito nulla.
Anche l'aspetto metacinematografico raggiunge l'eccellenza negli interminabili minuti di buio totale che aprono la pellicola e che condiscono l'agghiacciante evolversi degli eventi.
E c'è anche tempo per una feroce critica al colonialismo americano dell'era Bush (di fatto il primo film di guerra ambientato al di fuori del campo di battaglia, con una soggettiva completamente innovativa sull'argomento).
95 minuti così. Al buio. Sotto terra.
Provateci, se siete capaci.
 
habemuspapam
Dopo il deludente Il caimano, forse l'unico vero passo falso di una carriera impeccabile e sempre densa di importantissimi "turning point", Nanni Moretti (forse non il più bravo, ma certamente il nostro cineasta più importante attualmente in circolazione) torna agli antichi fasti con uno splendido racconto metaforico ed esistenziale.
Chi ci ha colto solo un feroce assalto al Vaticano (o viceversa chi invece ha evidenziato il desiderio del regista di sottileare con affetto l'aspetto umano del corpo ecclesiastico) ha letto solo metà del film; dietro c'è una riflessione amara e malinconica sul tempo passato e le possibilità perdute, sui conflitti tra cuore e spirito, sul ricordo.
Forse leggermente scollato nei ritmi, ma sorretto dal più grande attore europeo sulla piazza (assieme a Toni Servillo): uno struggente Michel Piccoli.
Il film migliore di Moretti dai tempi dell'inarrivabile Caro Diario.
 
thetown
Al termine dello splendido Gone baby gone non esitai a definire pubblicamente Ben Affleck il "Clint Eastwood dell'America che verrà"; affermazione che ribadisco adesso con forza dopo la visione di questa opera seconda, di certo non altrettanto folgorante come quella che l'ha preceduta, ma allo stesso modo importante e "definitiva".
Definitiva perchè stabilisce i confini di un Cinema (quello di Affleck, appunto) che punta a riscoprire il classicismo e l'epica narrativa della provincia statunitense.
Film girato con sensibilità e rigore, con i tempi giusti e nessuna concessione alla spettacolarizzazione; un film "serio", come si giravano nei '70; e come oggi continua a girarli solo il vecchio leone sopra citato.
Affleck ha scoperto la sua vera natura, e noi siamo più contenti di lui.
 
thefighter
Nel cinema il pugilato è (quasi) sempre garanzia di successo.
Sarà perchè va a smuovere le fondamenta più classiche dell'epica, o perchè gli attori chiamati in causa riescono a fornire nella quasi totalità dei casi grandi performance, o semplicemente perchè il film di boxe si avvita nella sua semplicità attorno agli archetipi principali di un certo tipo di rappresentazione della settima arte.
The fighter non fa eccezione, anche se l'asso vincente non è l'attore protagonista (Mark Wahlberg, vero artefice dell'intero progetto) ma il suo magnifico comprimario, quel meraviglioso Christian Bale che riesce finalmente ad accaparrarsi i meritatissimi elogi che da sempre merita (con annesso Oscar).
Cinema classico (alla stessa stregua di The town, non a caso appaiati in una ideale doppietta in questa top10), "eastwoodiano"; solidissimo eppure dinamico come un balletto sul ring.
 
rabbithole
L'eclettico John Cameron Mitchell cambia nuovamente registro (e mai lo aveva fatto in maniera così brusca) addentrandosi in un classico dramma da camera sulla rielaborazione di un lutto familiare, tema ormai abusatissimo e sempre rischioso eppure sempre degno di interesse.
In questo caso specifico è il magnifico duello d'attori (Nicole Kidman e Aaron Eckhart, entrambi in una forma clamorosa) a reggere tutte le dinamiche emozionali.
Come una pièce teatrale, i due si muovono sulla scena mettendo a nudo ogni minimo moto dell'anima con una passione viscerale e realmente toccante, incasellati in un racconto asciutto, raffinato e mai sopra le righe.
Commozione sincera, autentica.
 
ilcignonero
Io ho grossi problemi con Darren Aronofsky.
Vorrei che fosse più onesto, meno supponente, e che non avesse la presunzione "VonTrier-iana" di giocare in maniera così "fighetta" con la psicanalisi e la filosofia.
The wrestler è la sua cosa migliore anche perchè per una volta è stato sincero, tirando fuori un film "di" pancia e non "per la" pancia.
L'equilibrio tra onestà intellettuale e talento artistico è estremamente labile di suo, e quando ci si imbatte in registi abili e con molte carte nel mazzo (è appunto il suo caso) il rischio di incappare in una sorta di bluff – paradossalmente – aumenta.
Il cigno nero si regge su un equilibrio sottilissimo, e se a volte sconfina nell'eccesso (la gratuita scena di follia della Ryder) e nel cattivo gusto (la superficiale idea di giocare a fare il Bergman con il bianco ed il nero), è altresì vero che possiede una forza viscerale (che arriva fondamentalmente da una fotografia inquieta e angosciante) che ne fa un oggetto di sicuro fascino.
E poi lei, Natalie Portman; forse il vero motivo per il quale questo film si trova in top10.
Santa subito.
 
animalkingdom
Con una forza espressiva non lontana dai grandi exploit di Martin Scorsese, l'esordiente David Michôd convince tutti (a partire dal Sundance) e cesella con estremo e cinico rigore un ritratto fuori dagli schemi di una famiglia malavitosa degli antipodi (è spiazzante vedere Australia e Nuova Zelanda al centro di un classico plot "newyorchese") "gestita" da una fenomenale Jacki Weaver.
Al di fuori della morale e dei giudizi, il grande merito di Animal Kingdom è proprio quello di trattare il crimine (e le sue inquietanti e morbose derive) con occhio antropologico, per restituirne un feroce e crudo "studio sociale".
 
sourcecode
Il "piccolo Bowie" torna dietro la macchina da presa dopo aver stupito mezzo mondo con il metafisico Moon, uno dei migliori esordi degli ultimi tempi.
Con questo complesso ed affascinante puzzle di rimandi temporali non ripete il miracolo ma preserva tutte le ottime impressioni guadagnate in precedenza e soprattutto conferma che si può essere ancora intelligenti in ambito fantascientifico. 
Avrebbe meritato una maggiore visibilità, ma l'uscita in coda di Stagione ha contribuito ad una distribuzione zoppicante.
Bravo Jake Gyllenhaal, come sempre.

Stagione cinematografica 2010/11 [11-20]

127ore
L'eclettico Danny Boyle smaltisce la sbornia degli Oscar di tre anni fa con questo one-man show che strizza l'occhio a Into a wild e attacca le retine dell'audience con un serratissimo montaggio Mtv-generation e una fotografia satura e travolgente.
La storia (vera) di un alpinista che rimane incastrato nei canyon dello Utah e lì rimane per 127 ore fino al compiersi di un gesto estremo che risolverà la situazione; James Franco trasfigura con impressionante aderenza un personaggio formidabile e restituisce la vera anima pulsante ad una pellicola che con i suoi difetti (un approccio più minimalista avrebbe sicuramente giovato anche se si sa, Boyle è uno che non va mai molto per il sottile) riesce comunque a tenere viva l'attenzione e a rimanere sotto pelle.
 
urlo
Stimolante e poetico ritratto del mai dimenticato Allen Ginsberg e di tutto il clamore che sollevò il suo più celebre scritto ("Howl").
E' un film sperimentale e multidimensionale (alterna bianco e nero di pseudo-archivio, colore, e sequenze animate – forse l'unico elemento ridondante) che riesce anche a trasmettere il fuoco della beat generation e dei grandi poeti che lo animavano; grosso del merito ancora a James Franco, attore ormai sempre in parte e autentica garanzia di successo.
Non per tutti, ma vale la pena dare uno sguardo a quell'America vera, pulsante, romantica, intensa.
 
ildiscorsodelre
Il trionfatore di questa edizione degli Academy Awards è un'interessante (anche se sostanzialmente sopravvalutatissima) pellicola tutta incentrata sui problemi di balbuzie che afflissero Re Giorgio VI; un soggetto atipico eppure vincente.
Merito di una sagace scrittura che sfrutta la sottotrama del rapporto tra il Re e il suo logopedista (un Geoffrey Rush che fa gara di bravura con il protagonista Colin Firth) per raccontare tutto quello che la narrazione superficiale non esplica.
Splendidamente fotografato e montato, è stato il fenomeno britannico dell'anno; un film che probabilmente non resterà ma che ha avuto quantomeno il merito di offrire – per una volta – un'impeccabile ricostruzione storica al servizio della fiction.
 
americanlife
Giunge con due anni di ritardo rispetto all'uscita statunitense questo delicato e tenero road movie firmato da Sam Mendes, che dopo l'inferno di Revolutionary Road continua ad esplorare equilibri e aspetti del rapporto uomo-donna con una sensibilità che forse in pochi avrebbero potuto prevedere.
Il tratto gentile col quale dipinge questo intimo quadretto familiare è forse il più chiaro segno di una definitiva maturità artistica ormai pienamente raggiunta.
Scrive Dave Eggers e musica Alexi Murdoch.
Se mai un giorno dovessi avere un figlio, vorrei vivermi l'attesa come fa Burt.
 
killmeplease
Il Cinema d'Oltralpe si muove su binari (quasi) sempre atipici e anticonvenzionali, spesso fallendo nell'impresa di coniugare velleità artistiche e senso ultimo del racconto, e a volte (come in questo caso) riuscendo a mantenere in equilibrio tutte le parti in causa; Kill me please è un oggetto oscuro e affascinante, sin dalla fotografia (un bianco e nero pesantemente virato su tinte blu) e dalla particolarissima idea di partenza.
L'aspetto grottesco della sceneggiatura (dei personaggi, in particolar modo) è forse un pò troppo calcato, e non sempre si ha l'impressione che tutto sia a fuoco: ad ogni modo, una pellicola da recuperare e alla quale dedicarsi con l'attenzione che merita.
 
ilgrinta
E' forse paradossale che il più grande incasso della carriera dei brillanti fratellini del Minnesota sia questo remake (nell'originale John Wayne vinse il suo unico Oscar): un western profondamente classico che quasi mai fa trasparire la mano dei loro Autori, troppo impegnato a raccontare con un certo rigore formale e una dedizione quasi amorevole nei confronti del film di Hathaway.
Per quanto mi riguarda, l'ultimo grande film dei Coen rimane L'uomo che non c'era… e non riesco a non allineare anche questo Il Grinta alla loro discutibile filmografia degli ultimi dieci anni.
Con Jeff Bridges, Matt Damon e Josh Brolin.
 
cars2
Dopo 16 anni di continue meraviglie e 11 film pressochè perfetti, la Pixar tira i remi in barca e per la prima volta non convince.
Doveva accadere, prima o poi… e la responsabilità è proprio del patron Lasseter.
Il problema risiede sostanzialmente nell'idea di "splittare" su due binari la narrazione: da una parte il puro entertainment figlio del primo (bellissimo) episodio, dall'altra l'idea di utilizzare una sottotrama spy per aggiungere corposità al racconto.
Il risultato è un film privo di identità, troppo elaborato per piacere ai più piccoli, e troppo superficiale per convincere i palati più fini.
I personaggi introdotti ex-novo nulla aggiungono, e i vecchi si assestano su reiterati schematismi che da subito mostrano la corda; rimane l'intramontabile magia Pixar ed una pazzesca tecnica che, da sola, vale il prezzo del biglietto.
 
ungelidoinverno
Vincitore del Sundance 2010 (e quindi sinonimo di altissima qualità) ed unanimemente acclamato dalla critica stelle e strisce, Un gelido inverno è un classico racconto di frontiera (in senso lato) che si appoggia quasi per intero alla strabiliante performance della splendida Jennifer Lawrence, impegnata in una sofferente e cruda ricerca del padre in giro per le badlands americane.
Bello, e privo di retorica… ma anche di quella forza dirompente che mi aspettavo.
 
laversionedibarney
Chi ha letto il bestseller di Mordecai Richler ha attaccato con decisione questa trasposizione di Richard J. Lewis; si rimprovera sostanzialmente un eccessivo ammorbidimento e l'utilizzo di caratteri ed espressioni un pò troppo concilianti e levigati.
Svincolando la pellicola dalla sua matrice originaria, quello che resta non convince per altri motivi (frammentario, ritmi spezzati non sempre funzionali, eccessiva durata) ma ci consegna un Paul Giamatti in stato di grazia, capace di commuovere con un semplice battito di ciglia o una intellegibile mutazione del sorriso.
Un attore clamoroso, degno di ogni sperticata lode.
 
unavitatranquilla
Chi ricorda il bellissimo A history of violence di Cronenberg non potrà non associarlo quasi instantaneamente a questo dramma di genere affidato per intero alla solida figura di Toni Servillo (miglior attore europeo in circolazione?).
In una stagione anche leggermente migliore di questa non avrei esitato a declassarlo dalla top20 ma una bella costruzione del pathos (nella scena della cantina, ad esempio) e una tensione da noir ben calibrata lo salvano atribuendogli una dignitosissima sufficienza.